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La storia di Alberto, una lezione di vita

pubblicato 12 giu 2010, 09:54 da Mauro Sarti   [ aggiornato in data 12 giu 2010, 10:10 ]
La storia di Alberto, nostro figlio primogenito di 4 fratelli, è, e sarà, una lezione di vita essendo la sua vicenda inevitabilmente diventata storia comune lasciando una impronta profonda nelle coscienze ...

Alberto ha scelto deliberatamente e con profondo dolore di lasciare genitori, fratelli, parenti, amici e affetti perché non ha sopportato la vergogna di essere finito e giudicato un criminale, sulle prime pagine dei giornali locali, dopo aver ricevuto la promessa di silenzio dai carabinieri che lo avevano fermato 3 giorni prima, per detenzione e spaccio di circa 50 grammi di hashish.

Pertanto il mancato rispetto della promessa ricevuta da uomini in divisa e l’attenzione mediatica che ha superato ogni criterio civile e qualunque principio umano, lo hanno fatto sentire un “nulla” davanti a se stesso e agli altri, senza più tutela, comprensione e solidarietà, annientando il suo futuro.

Alberto era un ragazzo capace di affrontare e superare le difficoltà che la vita, di volta in volta, gli poneva.

Aveva traguardi ambiziosi e umilmente era consapevole dell’impegno che il raggiungimento di essi comporta.

Aveva completato la sua formazione scolastica con brillanti risultati, scegliendo il corso di laurea che più gli si confaceva e trovato il suo più ambito e stimolante lavoro, ossia sperimentatore e addetto alla ricerca e sviluppo e ne andava così fiero.

Ecco perché la notizia del suo tragico gesto ha lasciato attonita, sconvolta e commossa una intera comunità ed in particolare coloro che lo conoscevano di persona hanno pubblicamente denunciato, con iniziative importanti (fiaccolata, convegni, costituzione di una associazione, tesi di laurea, film documentario …) l’assurdità, lo sdegno ed il dolore per la perdita di un ragazzo tanto stimato e ammirato, gentile d’animo e dotato di un raro senso dell’onore.

E per ottenere giustizia ed incidere su tanta indubbia, spregevole sproporzione tra la trasgressione rilevata ed il massacro mediatico che ne è seguito, noi genitori, responsabilizzati da un collettivo impegno civile e straziati dalla perdita di nostro figlio, ci siamo rivolti all’autorità giudiziaria.

E ne abbiamo purtroppo ricevuto una cocente delusione, notando una continuativa mancata risposta all’effettiva tutela dei diritti costituzionali e una vera e propria fuga dalle responsabilità negate in maniera smaccata e arrogante.

In ordine di tempo la prima imperdonabile mancanza dei carabinieri è stata di non averlo avvertito, il giorno successivo al fermo, pur avendone avuto il tempo, la possibilità e soprattutto il dovere che ci sarebbe stata la divulgazione della notizia anziché il silenzio pattuito.

Visto il completo stravolgimento del patto, il semplice buon senso o la comune diligenza del buon padre di famiglia ma soprattutto il ruolo di garanti costituzionali delle libertà individuali avrebbe imposto l’obbligo di informare Alberto, che a sua volta avrebbe informato noi, cambiando radicalmente il corso degli avvenimenti.

Nella sua lettera leggiamo: “ … dopo essere stato rassicurato dai 2 carabinieri che mi hanno fermato che nessuno avrebbe saputo mai niente, vengo a scoprire che hanno pubblicato un articolo sul giornale che parla di me.”

Cinque giorni dopo la notizia del suicidio, i carabinieri, tramite il colonnello, sono per la prima ed unica volta intervenuti sulla vicenda, a mezzo stampa, con la seguente dichiarazione: “Siamo costernati da quanto accaduto, nessuno poteva aspettarsi un gesto simile. Abbiamo eseguito gli ordini della magistratura…”.

Con ciò dimostrando impreparazione, scarsa professionalità e mancanza di interesse nell’indagare le ragioni per cui lo stesso ragazzo, unico protagonista della spettacolare conferenza stampa indetta il giorno prima nella loro caserma avesse compiuto un gesto irrimediabile e disperato.

E per discolparsi e “lavarsene ben bene le mani” aggiungono di aver eseguito degli ordini impartiti.

Abbiamo sperato, convinti, che il giudice accogliesse il disperato silenzioso grido di Alberto, espresso dettagliatamente nella nostra querela e potesse far luce sulle responsabilità e sui limiti trascesi, invece, volutamente, ha scelto le tenebre, omettendo il punto fondamentale di tutta la vicenda e cioè la promessa del silenzio ricevuta in caserma come se la cosa fosse stata insignificante.

Con ciò dimostrando quanta siderale distanza ci sia tra questa magistratura e il cittadino e soprattutto quanto sia impossibile pretendere autocritica e responsabilizzazione, anche in casi di evidente illegalità come la nostra, da un sistema autoreferenziale e blindato.

Il tempo trascorso e le quotidiane critiche analisi che dobbiamo compiere per affrontare questa prova così dura e inimmaginabile, ci portano e proseguire nell’impegno civile e legale intrapreso, affinché il futuro che vorremmo per le nuove generazioni sia depurato da atti incivili come la vicenda di Alberto, a detta di tutti, testimonia.

E pagine così nere nella storia di una democrazia, che si vuole definire tale, non siano più scritte.

I genitori di Alberto

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