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Letizia e Fabio, fotografi in guerra

pubblicato 20 mag 2010, 10:21 da Mauro Sarti   [ aggiornato in data 30 mag 2010, 22:56 ]
La vedi piangere come un bambina. Letizia ha 75 anni. In quel fotogramma di qualche anno fa, gli occhi bagnati e l’espressione disperata, ne aveva una settantina. Era la protagonista di un documentario intitolato “Battaglia”. Battaglia, come quella che da oltre trent’anni continua a combattere per i vicoli di Palermo. Battaglia, come il suo cognome. Letizia Battaglia. Fotografa e militante. Alla ricerca della bellezza, sempre. Nella fotografia come nella politica. L’inquadratura più bella, più significativa, l’angolo migliore per rappresentare la realtà. Per disegnarla, e immaginarla, quando si trattava di lavorare come assessore comunale, e come parlamentare.

Fotografa de L’Ora di Palermo, e non solo. “Fotografa della mafia”, e non solo. Letizia Battaglia, in quel documentario, piangeva lacrime copiose e amare. Dopo aver staccato gli occhi dai nipotini di nove e dieci anni. Si disperava. Diceva «Non ce l’ho fatta», «Abbiamo perso», «Hanno vinto loro!» E piangeva. Diceva «I miei nipotini non avranno vita facile, ora che le cose stanno peggio di prima, ora che i mafiosi sono seduti in parlamento, ora che i mafiosi ci governano».

Non si dava pace e già programmava di andarsene. Lo fece, prese il treno e partì. La notizia la diede pure il Tg3. Letizia Battaglia lascia Palermo, diceva la giornalista, la fotografa della mafia lascia la sua città. E mentre era sul treno, e pensava a una nuova avventura, al progetto di stabilirsi a Parigi per metter su un comitato internazionale di donne contro la mafia, le rughe raccoglievano ancora acqua e sale. Non erano solo i nipotini, e l’ossessione della sconfitta. Non solo. Era lasciare Palermo. Era abbandonare la luce, le pietre, il mare, il sangue, i corpi offesi dalla morte per mafia, era abbandonare i luoghi, era abbandonare le inquadrature di una vita.

C’è, nel lavoro del fotografo, la vera essenza del giornalismo. Esserci. Lì e soltanto lì, dove si compiono i fatti. Scattare, lì e soltanto lì, dove si scrive un’altra pagina di storia. Letizia piangeva e un po’ moriva, perché lasciava il suo “lì”, il luogo di una vita. Il decimetro cubico al quale piegarsi per acciuffare la prospettiva migliore.

Fabio c’è morto in quel decimetro cubico, la prospettiva migliore, buona al punto da essere affettata dal sibilo di un proiettile. Centrato all’addome, dove è solito il posto delle macchine fotografiche a riposo. Fabio Polenghi non c’è più per esserci stato, lì e soltanto lì. Per essere stato fino all’ultimo, e fino in fondo, un narratore dell’attualità. Un giornalista vero.

Ps: questo post è dedicato a Mario Rebeschini, amico del Coccodrillo e grande fotoreporter. In bocca al lupo, Mario!

 

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