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Ormai non è più tempo di silenzio

pubblicato 14 set 2010, 09:40 da Mauro Sarti

dal Quotidiano della Calabria (13.09.10)

 

“Oggi sono ancora più motivato, questi signori mi hanno dato una spinta in più a continuare nel mio lavoro”. Ha le idee chiare Ferdinando Piccolo, 23 anni, corrispondente da San Luca di questo giornale. Quando l’ho chiamato, ieri pomeriggio, aveva da poco trovato una busta con dentro cinque pallottole calibro 9 e un biglietto: “Stai attento a quello che scrivi o sarai un morto che cammina… con la ‘ndrangheta non si scherza”. Il biglietto era scritto a macchina. Abbandonato sotto la vetrina del negozio del padre, barbiere di Bovalino. Un negozio che Ferdinando frequenta spesso, dà un mano al padre, specialmente di Sabato con tutta la gente che c’è.

Ferdinando ha scritto di Polsi, ha seguito “l’ultimo retorico via vai di politici e amministratori pellegrini per un giorno al santuario – ci dice – tutti presenti a parole per strappare la madonnina alla ‘ndrangheta e restituirla ai calabresi onesti e devoti”. E proprio per non buttarla solo su Osso, Mastrosso e Carcagnosso, in quei giorni, il 4 settembre, la sua firma esce in calce a un articolo sulla strada che collega Polsi a San Luca. Una strada tutta rovinata, da sistemare, da almeno un ventennio. Scrive di un appalto di 12 milioni di euro vinto nel 96 da una ditta di Crotone che prende i soldi (fallisce) e scappa. E del subappalto concesso a un’altra ditta, tutta sanluchese, il cui proprietario dice di non aver mai visto il becco di un quattrino.

Scene di Calabria. Scene da Sud. L’appalto, il subappalto, miliardi di lire spariti nel nulla, il santuario di Polsi, il barbiere, il sabato pomeriggio, padre e figlio e una minaccia di morte al giovane corrispondente. Ingredienti per un romanzo, scene ordinarie, note al punto da potersene abituare. I numeri d’altronde parlano di una prassi: 14 giornalisti calabresi minacciati dall’inizio dell’anno. Minacciare un giornalista in Calabria sembra essere diventato normale. E’ proprio quello che non possiamo permettere, che tutto questo diventi normalità. Non dobbiamo abituarci alla violenza e al malaffare, da italiani, oltre che da calabresi. Perché questa è una delle questioni vitali. La ndrangheta riguarda tutti, non solo i calabresi.

"Mi deve scusare signorina. Ma perché parlate sempre e solo di 'ndrangheta?". Il signore è sulla sessantina. Ci avvicina dopo una delle presentazioni di Avamposto, il libro sui cronisti minacciati in Calabria che ho scritto con Roberto Rossi. L'atteggiamento cortese, ma di sfida. Il mento alzato.  "Perché non parlate delle spiagge, del sole, della bellezza della Calabria. La 'ndrangheta qui non c'è. Siamo troppo poveri. Qui soldi non ce ne sono. La 'ndrangheta l'avete al Nord". Silenzio. Ancora una volta. Il silenzio del “tanto è così”, il silenzio della paura, il silenzio che teme il giudizio, “del guardate in casa vostra”.

Ma ormai non c’è più casa vostra o nostra. E non è più tempo di silenzio. C’è una mafia in Italia che corrode, corrompe, sbriciola. Che striscia subdola nella vita quotidiana, che compra soldati e vende morte, che attecchisce nei palazzi del potere, che soffoca impresa, voto, libertà di espressione.

Non è un problema della Calabria, non è un problema regionale. Non più, da diversi anni. Anzi, non lo è mai stato. Le ultime inchieste lo hanno dimostrato. Altre ne arriveranno a confermare. Eppure ancora non lo abbiamo capito. Se ne parla poco, troppo poco. Le notizie assumono dignità nazionale solo dopo casi eclatanti: quando è il tritolo a raccontare, o il piombo dell’omicidio eccellente, o la rivolta dei disperati nei campi di arance.

Ma la guerra si combatte ogni giorno. Magistrati, amministratori, giornalisti, imprenditori, cittadini. Chi non ci sta a tacere, è a rischio. Minacciato, tacciato, isolato, circondato da un cancro mal diagnosticato, che cresce succhiando energie. Non è un giudizio sui calabresi, vorrei che fosse chiaro, non è la voglia di denigrare, non è l’ostinazione di voler vedere a tutti i costi solo il marcio. E’ vero, la Calabria è bellissima, caro signore che muove la critica di parlare solo di ‘ndrangheta, ma, come il resto d’Italia, ha bisogno di prendere coscienza. Ha bisogno di fermare il tumore, di farlo regredire.

Cominciamo a farlo. Cominciamo dal 25 settembre a Reggio. Proviamoci. Cominciamo con la manifestazione organizzata dal Quotidiano della Calabria. E’ un passo importante. Un passo verso la consapevolezza e contro la solitudine. Un passo verso quella coscienza civile che sembra sopita, vinta, per indifferenza, per impotenza o forse per sfinimento.

“Dobbiamo aspettare che si uccida qualcuno di noi? – ci ha detto un magistrato calabrese antimafia, fissandoci dritto negli occhi. Dobbiamo ripetere l’esperienza della Sicilia? Cerchiamo di arrivare prima”.

 Arriviamo prima. Ammettiamo che il problema c’è, senza vergogna. E’ un atto di forza che qualunque italiano, qualunque cittadino italiano deve sottoscrivere, senza strumentalizzazioni, senza colori politici, senza bandiere di sorta. E’ la voglia di svoltare, di riprendersi la propria vita, di cacciare la malapolitica, la connivenza, gli affari sporchi, i padroni del territorio.

Di dire no alla ‘ndrangheta. La ‘ndrangheta c’è, esiste, a più livelli. E’ il momento di gridarlo. Un corteo non è la cura. Ma è un modo per individuare la malattia. Per provare a inventarsi un’altra Calabria, un’altra Italia. Un posto dove i giornalisti come Ferdinando, e non solo, smettano di rischiare la vita.

 Roberta Mani, autrice con Roberto Rossi di “Avamposto, nella Calabria dei giornalisti infami”

Giovedì 16 settembre alle ore 21 alla libreria della Festa dell'Unità di Bologna presentazione di "Avamposto" di Roberta Mani e Roberto Rossi con Alberto Spampinato e Mauro Sarti




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